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Ya skasal.jpg (65212 byte)Al mattino, Mosca! Arriviamo alla Leningradsky Vokzal e mi rendo immediatamente conto del fatto che il caos di S.Pietroburgo sarebbe qui a Mosca paragonabile ad una placida domenica d'agosto. Ci  muoviamo con difficoltà ancora all’interno della stazione con gli ingombranti zaini sulle spalle, scansando una folla agitata e frettolosa che sembra composta da singoli individui che si ignorano l’un l’altro e che solo quando ti urtano sembrano accorgersi di te, ma solo per un istante, solo il tempo di voltarsi e continuare a correre. Una folla che non cammina, ma va da qualche parte, che non guarda, non si ferma, ma va e basta, con la mani sempre cariche di borse (quelle borse di plastica a quadroni azzurri e rosa soprannominate Manila Vuitton), sempre indaffarata. Ed è così anche fuori dalla stazione, ed ancora di più giù nella metropolitana. Arriviamo all’ostello che abbiamo prenotato da S.Pietroburgo, si tratta della versione russa di un vero ostello, con camere da quattro o più posti letto, all’undicesimo piano di un palazzone nella quasi periferia di Mosca. Ma tutto sommato è accogliente. Giusto il tempo di lasciare i bagagli e di una sciacquata, ed andiamo alla Yaroslavsky Vokzal a comprare i biglietti per Irkutsk; sappiamo infatti che in questo periodo i treni sono molto affollati ed è difficile trovare posto (in Russia tutti i treni a lunga percorrenzasuore2.jpg (53977 byte) sono a prenotazione obbligatoria), e non intendiamo trascorrere più di un paio di giorni a Mosca. Responso della bigliettaia: non ci sono biglietti per oltre una settimana, ma se tornate domattina presto, forse… Bene, allora andiamo subito a fare la coda alla piazza rossa per visitare il mausoleo di Lenin (cosa che è possibile solo tre giorni a settimana e fino all’una). Coda. Lunghissima. Lentissima. L’intera piazza viene chiusa con delle transenne lasciando aperto solo un varco, al quale guardie perquisiscono e fanno entrare i visitatori un po’ per volta. Le undici. Coda. Intanto mi guardo intorno: alla mia sinistra il museo russo, alla mia destra il Cremino ed infondo alla piazza, molto più piccola di quanto me la immaginassi, S.Basilio. Le dodici. Coda. Lunghissima. Sempre Lentissima. Alla mia destra brucia la fiamma eterna in onore dei caduti durante la Grande Guerra Patriottica (così la storiografia sovietica ha battezzato quella che da noi è conosciuta come la Seconda Guerra Mondiale), e lungo un muro ricoperto di marmo sfilano le effigi delle numerose città eroine della guerra. L’una. Chiudono le transenne e la coda, lunghissima e lentissima, si dissolve rapidamente.

L’indomani, dopo una lauta colazione a base di riso scotto, riflessi.jpg (61603 byte) wurstel e ketchup, di buona lena andiamo alla stazione. La stazione Yaroslavsky  ha qualcosa che mi affascina. Sarà perché non posso fare a meno di immaginarla come un enorme capolinea il cui opposto si trova a oltre novemila chilometri da qui sull’oceano Pacifico, sarà forse per la sua forma, del tutto inusuale per una stazione, di castello fatato, o chissà. Al suo interno, nell’ingresso, fa bella mostra di sé un pannello che mostra l’intero percorso della Transiberiana, o meglio del Rossia, e fa un effetto non indifferente leggere scritte destinazioni in un altro continente, a migliaia di chilometri da qui, dove c’è un altro fuso orario, la gente ha diverse fattezze e mangia cose diverse ma, paradossalmente, abita nello stesso paese di cui questa città è la capitale. La biglietteria internazionale si trova all’esterno, in un edificio separato da quello della stazione. Entriamo. Ad uno degli sportelli c’è la stessa bigliettaia del giorno precedente che ci dice che non ci sono novità, c’è sempre da aspettare una settimana, ma se tornate domattina presto forse… Bene, allora torniamo a visitare la piazza rossa, S.Basilio, i magazzini GUM, il museo russo, il mausoleo no, oggi è chiuso.

L’indomani, dopo la stessa lauta colazione a base di riso scotto, wurstel e ketchup, con un po’ di fiducia in tasca prendiamo la metropolitana per andare alla stazione. La metropolitana di Mosca ha qualcosa di leggendario. E’ effettivamente un qualcosa di unico; benché un po’ sporca e cadente, non nasconde la bellezza di priviet.jpg (56176 byte) molte stazioni, paragonabili a sontuosi saloni di palazzi reali piuttosto che a tunnel sotterranei, ed in contrasto stridente con la misera umanità che le popola senza animarle. Se non sei in grado di leggere il cirillico, poi, usare la metropolitana non è esattamente la cosa più facile; meno male che ci hanno pensato i russi, però! Per semplificarti le cose non poco hanno deciso che quando nella medesima stazione si incrociano più linee sulla mappa risultano tante stazioni quante sono le linee, e tutte con nomi differenti. Però! Nonostante le facilitazioni, riusciamo come sempre a raggiungere la stazione Yaroslavsky, entriamo in biglietteria e Zivile si avvicina a chiedere ad uno sportello (non c’è la solita bigliettaia): no, non ci sono biglietti per Irkutsk, c’è da aspettare una settimana, però se tornate domattina presto forse… Bene, ne approfittiamo per andare a visitare il mausoleo di Lenin, visto che non ci siamo riusciti l’altra volta (Zivile comincia a vedere vacillare il suo interesse per l’amico Vladimir Ilich). Le undici. Coda. Lunghissima. Lentissima. Il cielo minaccia di piovere. Ricordo le foto che ho sempre visto della piazza rossa con questa lunghissima fila ad elle, così dritta e così ordinata e di come mi chiedessi sempre come facessero: ora lo so. Le dodici. Ancora coda. Ancora lunghissima. Sempre lentissima. Le due guardie al varco perquisiscono ogni singolo individuo e controllano in tutte le borse; è proibito fare fotografie alla salma di Lenin all’interno del mausoleo. Comincia a piovere leggermente. L’una. Le guardie chiudono le transenne. La coda svanisce.gostinitsa.jpg (69024 byte)

L’indomani, dopo la solita colazione (riso scotto, wurstel e ketchup), ormai sfiduciati ci trasciniamo alla stazione. No, non ci sono biglietti per Irkutsk, c’è da aspettare una settimana, ma se tornate… no,grazie. Qui ci vuole un cambio di programma. Proviamo a chiedere se ci sono biglietti per Ulan-Bator. La bigliettaia, emozionandosi, comincia a smanettare sulla tastiera del proto-computer. Attendere, prego. Si, ci sono posti tra tre giorni! “Li prendiamo!”. Va bene, abbiamo ancora tre giorni per annoiarci, però abbiamo un’altra possibilità per visitare il mausoleo. Effettivamente Mosca non offre moltissimo al visitatore, però fa sempre bene avere qualche giorno in più per uscire un po’ dal quadrilatero della piazza rossa ed andare a visitare, ad esempio, l’Esibizione delle Conquiste Economiche dell’URSS (VDNKh), l’università (uno dei grattacieli neogotici che dominano la città), il monumento alla conquista dello spazio ovvero il parco Gorky.

Il lunedì successivo, giorno di partenza, lenin.jpg (55166 byte) dopo la solita schifosa colazione (pasta scotta e scondita, wurstel e ketchup) andiamo alla piazza rossa per metterci in coda per la visita al mausoleo (posso dire che a Zivile non gliene frega già più niente di vedere Lenin imbalsamato)  armati di fiducia e pazienza. Le dieci. Coda. Lunghissima. Ferma. Penso al viaggio che sto per iniziare. E’ un po’ più lungo del previsto, perché per Ulan-Bator sono circa mille chilometri in più rispetto ad Irkutsk; sono cinque notti da trascorrere in treno. Mi domando come sarà, se forse non sarà un poco noioso o al contrario emozionante; ho aspettato a lungo questo momento e me lo sono immaginato in tanti di quei modi che ora non so proprio… Le undici. Ancora coda. Lunghissima. Lentissima. Ma la transenna si avvicina. Non capisco perché i gruppi che arrivano non devono fare la coda, ma passano davanti a tutti i nostri sguardi carichi di invidia ed odio. Zivile si rifiuta di imbucarci in un gruppo. Giusto. Le dodici. Coda. Ancora lunghissima. Ancora più lenta, se possibile. Vedo la salma di Lenin che da dietro il cristallo mi saluta e mi augura buon viaggio. L’una. Transenne chiuse. Andiamo, non voglio rischiare di perdere il treno (come lo racconto poi?). La coda si dissolve velocemente. Ciao, Ilich!

 

 

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