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Lasciamo Ulan-Bator e la Mongolia per tornare in Russia, ripercorrendo lo stesso tratto ferroviario fino ad Irkutsk. Sulle villaggio.jpg (65403 byte) mappa sembra una bazzecola, peccato che il treno ci impieghi un giorno ed una notte interi. Condividiamo lo scompartimento di seconda classe con una simpatica signora russa ed una giovane mongola. La ragazza ci racconta di andare a Krasnoyarsk a trovare una anziana signora russa presso la quale ha vissuto per un po’ e che lei chiama nonna. Una storiella strappalacrime. La simpatica signora, decisamente logorroica, è invece la condanna di Zivile quando scopre che è lituana e parla correntemente russo, iniziando il racconto della sua vita e di quella dei suoi figli dai tempi della guerra fredda. Dopo svariate ore che, forte della mia ignoranza linguistica, mi sono sottratto alla tortura rifugiandomi in corridoio, tento un salvataggio disperato di Zivile. Per il momento ha successo. Nel frattempo ci avviciniamo sempre di più alla frontiera, e vedo che d’un colpo il treno comincia ad animarsi; molti passeggeri fanno su e giù per i corridoi, aprendo tutte le porte degli scompartimenti, anche del nostro, e guardando dentro. Molti di loro portano nelle mani pacchi di plastica con coperte, maglioni, giubbotti e altro. Anche la nostra compagna di viaggio mongola, che si era distesa sul letto,treno4.jpg (63771 byte) attacca la stessa procedura. Vedo che conosce moltissime persone sul treno, anche i bigliettai. Dopo un po’, visibilmente infastidita, ci raggiunge in corridoio la signora russa che, inveendo contro tutti i mongoli (“primitivi” li chiama), ci spiega la ragione di quelle grandi manovre: praticamente tutti su quel treno fanno piccoli commerci, coprano abbigliamento in Cina e lo rivendono in Russia; il punto è ci sono dei limiti quantitativi di beni che si possono esportare, e quindi loro prima di arrivare in frontiera distribuiscono le cose in vari scompartimenti per poi recuperarle successivamente. Rientrati nel nostro scompartimento troviamo infatti alcuni maglioni ed un set completo di trapunte. Quando arriviamo in frontiera la calma apparente è rotta solo dalle guardie che cominciano a controllare tutti gli scompartimenti aprendo ogni vano anche nelle pareti e nel soffitto. Ad alcuni, me compreso, viene anche chiesto di aprire i bagagli. Ad un certo punto mi accorgo che qualcosa di strano sta succedendo con la giovane mongola che è con noi: le chiedono di aprire il portafoglio dal quale esce una mazzetta bella grossa di banconote da mille rubli (cos’è, per il regalo alla nonnina?), cosa che contrasta con la piccola somma da lei dichiarata sul documento compilato in precedenza. La cosa sembra grave, a giudicare dalle facce, ma miracolosamente tutto si risolve in breve tempo e con grandi sorrisi.

Arriviamo il giorno seguente ed Irkutsk. Irkutsk è una città davvero anomala: nel cuore della Siberia irkutsk2.jpg (59153 byte) ma dall’aspetto decisamente europeo. Nel suo centro sono sopravvissuti al costruttivismo sovietico ancora molti lussuosi palazzi di inizio secolo, e sul lungofiume le guglie colorate delle chiesette le conferiscono un’immagine decisamente gradevole. Irkustk è stato un floridissimo centro di commerci di pellicce ed oro tra oriente ed occidente, la cui ricca borghesia, non vedendo di buon occhio gli ideali della rivoluzione, si arrese solo tre anni dopo alle truppe bolsceviche. E’ oggi una città rilassata, distesa alla confluenza tra l’Angara ed l’Irkut, e, devo dire, è per me una delle soste più gradevoli dell’intero viaggio. Troviamo una pensione proprio vicino all’aeroporto (che a sua volta è proprio in città). Le tre diugiurnaie alla reception sono intente a seguire una telenovela sudamericana alla televisione: “Avremmo bisogno di una stanza doppia - dice Zivile - c’è posto?”. “Si” risponde una delle tre ossigenate, senza staccare gli occhi dal cinescopio. “Possiamo vedere la stanza?” incalza Zivile, che si sente rispondere in modo seccato “Non c’è niente da vedere, c’è un letto ed un armadio. Il bagno fa schifo. Dall’altra parte della strada c’è un albergo buono, andate lì”! Non sono proprio convinto che tra loro ci sia la proprietaria della pensione… Con un po’ di insistenza riusciamo a far schiodare la più giovane delle tre che ci falce e martello.jpg (57552 byte) mostra una stanza. Tornati alla reception diciamo che la prendiamo. “Lo volete il televisore?” ci chiede. “No, grazie”. Quando entriamo notiamo subito che fa bella mostra di sé al centro della camera un voluminoso televisore, strano. Sistemiamo i bagagli. Dopo circa una mezz’oretta mi sto facendo la barba quando sentiamo bussare alla porta; apro. Entra senza profferire parola una robusta donna in grembiule che si dirige dritto al televisore, stacca la spina e, affaticata con l’enorme elettrodomestico tra le braccia, lascia la stanza… scoppiamo a ridere!

La sera la trascorriamo su un isolotto dove, come accade in tutto il mondo, si riuniscono i ragazzi e che si chiama, appunto, Isola della Gioventù. Lì c’è una discoteca in una costruzione che ricorda una miniatura della Sidney Opera House, un parco con alcuni bar ed una bella veduta sul fiume.affumicato.jpg (57696 byte)

Il giorno seguente andiamo in autobus a Listvyanka, un villaggio di pescatori sul lago Baikal. Il paesaggio è bellissimo e l'atmosferabaikal.jpg (65943 byte) estremamente rilassante. Pranziamo con un pesce appena pescato ed affumicato sul posto, bulacki ed una bottiglia di Baltjka in riva al lago. Oggi è infondo l’ultimo giorno di viaggio: domani un aereo della Pulkovo proveniente da Vladivostok ci porterà in sette ore di volo a S.Pietroburgo facendo scalo di due ore a Barnaul, non lontano dal confine col Kazakistan e, da lì, un altro volo a Roma. Dasvidanja, Rossia!

 

 

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