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ger1.jpg (57547 byte)Martedì mattina un Uaz verde militare tutta lustrata è parcheggiata davanti alla UB Guest House. Appoggiato alla fiancata c’è un robusto uomo dai piccoli occhi feroci scavati in un faccione arso dal sole; dovevano essere proprio così i terribili soldati dell’esercito di Gengis Khan, che soggiogarono al potere dell’imperatore mongolo l’intero continente fino al Mar Nero. Lui è Hoghi, il nostro autista, preceduto da fama di grande pescatore: temo che ci sarà ben poco da pescare nel deserto, eh Hoghi? Mi avvicino subito a lui per fare conoscenza (dovremo stare comunque sei giorni insieme), provando un approccio in inglese. Lui dice di parlare inglese, little. Gli dico qualcosa di simpatico sorridendo e lui mi risponde con un sorriso a diciotto carati, ma senza dare l’impressione di aver capito molto di ciò che ho detto. Ad ogni modo partiamo: ci aspettano circa un migliaio di chilometri, di cui meno di duecento asfaltati (dire asfaltati è decisamente un eufemismo viste le enormi buche in cui ci si potrebbe perdere), attraverso le praterie, il deserto pietroso, le dune di sabbia ed i monti. benzina.jpg (56406 byte) Uscire dalla città è già un’impresa per via del traffico caotico e disordinato che, in alcuni punti, ha creato dei fracassosi ingorghi apparentemente inestricabili. Fuori città, lasciamo già dopo pochissimi chilometri la strada per prendere una pista abbastanza percorribile. Mi avevano detto che viaggiare in macchina in Mongolia era un’esperienza devastante per le continue capocciate e botte che si prendono a causa delle piste dissestate, ma per ora si va lisci…Il paesaggio è per il momento abbastanza monotono; passiamo diverse ger e, a sera, ci accampiamo con la tenda per passare la notte nel mezzo di una valle semidesertica, presso dei resti in pietra di una stalla. Ci aspetta una saporitissima cena a base di pasta coreana liofilizzata: con questa prospettiva mi si chiude lo stomaco.

Lindomani mattina all’alba, dopo una notte passata su un sofficissimo letto di pietroline bus stop.jpg (54518 byte) appuntite, si smonta tutto per ripartire. Hoghi ha dormito nella sua Uaz-casa. Mi hanno detto che questi spartani fuoristrada sovietici sono il mezzo migliore per viaggiare in Mongolia, perché molto comuni e facilmente riparabili,ger2.jpg (58018 byte) anche perché i pezzi di ricambio si trovano ovunque. Viaggiare su una jeep giapponese sarebbe decisamente più comodo ma, in caso di guasto, si rischia di passare anche giorni bloccati nel deserto in cerca di una cinghia o di una centralina elettronica. Ma noi speriamo di non averne bisogno, anche perché Hoghi la sua la tiene come una reliquia! Trascorriamo tutto il giorno in marcia, anche se con diverse soste in punti in cui il paesaggio è spettacolare. Una cosa incredibile che sto scoprendo è come proprio il paesaggio possa cambiare repentinamente: attraversi una smisurata prateria con all’orizzonte delle montagne verdi, quando le raggiungi ti infili in una gola di roccia strettissima in cui scorre un ruscello e che si inerpica in alto e, non appena raggiungi il vertice ti si para davanti una distesa pietrosa desertica a perdita d’occhio, piatta come il mare. E’ uno spettacolo mozzafiato. Ad un certo punto Hoghi ferma la macchina vicino ad un grande mucchio di pietre: durante il cammino ne ho visti numerosi lungo la pista, costituita da nient’altro che tracce di pneumatico, di diverse dimensioni, alcuni con in cima un teschio di capra o di bue. Hoghi si avvicina e infila mucchio.jpg (69438 byte) tra i sassi una banconota ripiegata (a ben vedere ce ne sono moltissime) e gli compie alcuni giri intorno. Si tratta di luoghi sacri, di mini-templi, un po’ come le nostre edicole sacre che si trovano tutt’oggi lungo le strade di campagna. 

Verso sera siamo ad una decina di chilometri da un villaggio dove ci accamperemo per la notte, quando dal cofano motore comincia ad uscire un fumo bianco; no, non è fumo,  è vapore. Scopriamo che la ventola del radiatore è partita bucandolo e facendo fuoriuscire tutta l’acqua. Hoghi comincia bestemmiare in mongolo ed a ripetere due delle sette parole di inglese che conosce (bad road, bad road!). Riusciamo a camminare ancora per un chilometro fino a quelle che sembrano due ger prima di rivelarsi due riproduzioni in muratura per turisti, e lì passiamo la notte senza sapere come faremo domani.

Al mattino, quando ci svegliamo io e Zivile, Hoghi è già al lavoro da ore vicino alla macchina: mi vede e,radiatore.jpg (62824 byte) sorridente, mi urla la quarta e la quinta parola di inglese del suo dizionario: “No problem!”. Accanto alla nostra c’è un’altra Uaz identica, nel retro della quale un ometto in abito tradizionale mongolo, con la sigaretta penzoloni tra le labbra, è tutto intento a smanettare con un vecchio saldatore sul radiatore bucato. In meno di un’ora, con tutto il mio stupore, il radiatore è riparato e la ventola sostituita,  e noi possiamo ripartire! Dopo alcune ore di viaggio (il paesaggio è cambiato nuovamente ed è ora costituito da una steppa sabbiosa dal colore intenso con una rada vegetazione di cespugli secchi) mi accorgo che Hoghi comincia a guardarsi nervosamente intorno; ad un certo punto compie con la macchina un giro completo mugugnando qualcosa: è chiaro che non è tanto sicuro della strada. In effetti a terra sono evidenti i segni di fortissime piogge che devono essere cadute nei giorni scorsi. La pista è stata completamente spazzata via dal fango, che in alcuni punti è ancora fresco. Hoghi continua ad andare a tentoni, si ferma in prossimità di una tenda evidentemente per chiedere informazioni, monta nuovamente in macchina e prosegue. Avanzando verso sud la situazione peggiora: in certi tratti siamo costretti a finestra.jpg (52446 byte) guadare dei veri e propri torrenti di fango nei quali la Uaz sembra faticare parecchio, oppure ad aggirare pozzanghere grandi quanto stagni e della cui profondità evidentemente non possiamo sapere. Intanto, all’orizzonte, sorgono minacciosi dei cupi nuvoloni neri. Nel tentativo di evitare l’ennesima pozzanghera Hoghi commette l’errore: la jeep affonda completamente le sue ruote in una fanghiglia morbidissima dalla quale neanche la trazione integrale riesce a tirarla fuori. Ci vogliono più di due ore e tanta fatica con la pala per riuscire a liberare la Uaz ed a ripartire prima che il cielo rovesci giù.

Nei giorni successivi la nostra robusta Uaz subisce tutta una serie di altri “piccoli” inconvenienti, dalla rottura di un cavo della batteria all’esplosione di un pneumatico. No problem!. La quinta sera, corriamo su buche e dossi verso il sole che tramonta, e già si scorge all’orizzonte la sagoma gialla delle altissime dune di sabbia con Hoghi che urla soddisfatto “sandùn, sandùn” (sand dunes, le ultime due parole di inglese che conosceva), quando un rumore come un track nella parte posteriore della macchina ci comunica la rottura di una balestra. Fermato il rottame vedo per la prima volta Hoghi preoccupato non dire la sua frase ricorrente, no problem. Dobbiamo accamparci lì per la notte. E ancora una volta quando il mattino seguente ci svegliamo per il sole cocente che ha reso la tenda infuocata, Hoghi è già lì sotto la macchina che lavora. Il sole picchia forte, nonostante siatempesta.jpg (54654 byte) mattino presto, ma non desistiamo dal tentare di salire sulle dune. Ed in effetti di un tentativo si tratta, dal momento che la pendenza è molto più ripida di quanto non sembrasse da fondovalle e, per un passo in su che si riesce a fare, se ne fanno due in giù scivolando nella sabbia. A metà strada rinunciamo. Quando ridiscendiamo vediamo arrivare da lontano un ometto dalla figura secca, il volto affilato e con due baffetti ispidi, a bordo di una motocicletta cinese, con alcuni pezzi di balestra legati al portapacchi. E’ il ranger del parco nazionale che viene in nostro soccorso, e, devo dire, tanto efficacemente che, dopo alcune ore e giusto in tempo prima di una tempesta di sabbia, riusciamo ad andarcene. Hoghi, visibilmente soddisfatto, ride e ripete: “No problem! No problem!”.

erdene.jpg (68978 byte)Il giorno seguente, dopo aver trascorso la notte in una specie di pensione, visitiamo quel che resta di Karakorum ed il complesso di templi e monasteri di Erdene Zuu, con i turisti che vanno e vengono in elicottero da Ulan-Bator. Noi, dopo l’ultimo riposante tratto di strada asfaltata, ci arriviamo in serata, come da programma. Trascorriamo la serata alla Khan Braü, reinterpretazione mongola di una birreria tedesca, in totale relax: domani mattina partiamo già per Irkutsk.

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