Tozeur - Gabes - Tripoli

29/04/2007

Km 2.000 dalla partenza

La nave del deserto

Tanto per cominciare, il chilometraggio sarà sempre approssimativo, dato che il contachilometri e' rotto dalla partenza. Potrebbe sembrare una cosa superflua, se non si conta che il gagliardo non ha l'indicatore del livello della benzina e che il contachilometri e' il solo modo per sapere l'autonomia residua della macchina. Vabbe', per ora ci arrangiamo, poi nel Sahara libico, dove pare ci sia un benzinaio ogni tre o quattrocento chilometri, vedremo. Ma veniamo a noi: eravamo rimasti alla partenza da Tozeur per la traversata del deserto di sale. E infatti ci siamo mossi di buon mattino, salvo essere fermati dopo un centinaio di chilometri dalla polizia, che ci comunicava che tutta la strada era allagata per le forti piogge e che avremmo dovuto fare un giro di quasi quattrocento chilometri per Gabes. Alla faccia del deserto! Mi era sempre parso azzardato il soprannome dato al cammello, come da titolo, ma qua ci vuole davvero il gommone, altro che cinquino! In compenso, la strada percorsa fino a sera ci ha regalato splendidi paesaggi di un altro deserto di sale più' a nord, il Chott el Fejaji, e di piccole dune di sabbia da Douz a Matmata. E' stato proprio li' che e' avvenuto il primo incontro del terzo tipo: il cammello ha visto il Cinquino! E se l'e' data a gambe. Peraltro, nota di carattere tecnico, abbiamo scoperto che il gobbuto artiodattilo e' estremamente più competitivo della 500, almeno su terreno sabbioso.

Città di frontiera

Gabes ci delude. E' un'anonima cittadina sul mare, e la cosa che apprezziamo di più sono i calamari ripieni che ci servono in una bettola al porto, per l'onesta cifra di due euro e mezzo a testa. La Tunisia, abbiamo scoperto, e' un paese estremamente economico, e la si può davvero girare con quattro spiccioli in tasca se si ha un po' di spirito di adattamento. Da Gabes ci siamo spostati per il pernottamento a Ben Guerdane, un'anonima cittadina che ha l'unico pregio di trovarsi a breve distanza dal confine libico, di modo da poterlo raggiungere l'indomani di buon mattino. E' un disordinato e polveroso agglomerato di case, trafficato quasi esclusivamente di vecchi furgoncini Peugeot tenuti su col fil di ferro. All'ora in cui arriviamo si sta smontando il mercato - decine di bancarelle che vendono perlopiu' merce inutile di provenienza cinese - mentre dalla piccola moschea echeggia il richiamo del muezzin. Ma l'ora della preghiera non interrompe la lunga giornata lavorativa delle piccole officine allineate lungo la strada, cosi' ne approfittiamo per far dare un'occhiata alla retromarcia. Tralasciando le solite risate che la 500 suscita soprattutto in chi di macchine se ne intende, devo assolutamente tessere le lodi del minuto meccanico che ha risollevato le sorti del cambio, un ometto dal sorriso cordiale e dallo scarsissimo francese (cosa inusuale in Tunisia), nascosto sotto uno spesso strato di grasso che lasciava liberi solo due languidi occhi bianchi. A farla breve, gli sono bastati un paio di minuti, qualche goccia di olio sotto la leva del cambio per eliminare inquietanti cigolii e far tornare a funzionare la retromarcia. Neanche un soldo ha voluto, ma solo un'untuosa stretta di mano e un sorriso: un signore. Domattina, col Cinquino fiammeggiante, pronti a entrare nel regno del colonnello Gheddafi.

La quarta sponda

La frontiera di Ras El Jedir tra Tunisia e Libia scivola via piuttosto facilmente. Otteniamo subito le targhe libiche da applicare sopra quelle italiane e nel giro di un paio d'ore puntiamo le ruote verso Tripoli. Abbiamo subito un assaggio della guida dei libici, molto, molto diversa da quella dei tunisini, incredibilmente rispettosi delle regole e - soprattutto - del buonsenso. Il libico al volante no, lui corre come un forsennato, taglia la strada, fa inversione a U sul dosso proprio mentre arrivi e quando ti supera fa il pelo allo specchietto. Ma e' chiaro che non c'è la minima traccia di ostilità tra automobilisti in questo, è solo il loro modo di guidare. Alcuni di loro, poi, per salutarci o per farci qualche foto in corsa, a momenti non fanno un frontale col camion che viene nell'altro senso. No, non siamo tranquilli alla guida, ma il nostro morale e' alto per l'ingresso in un nuovo paese che ci badiamo poco. E infatti ci ridiamo e scherziamo su, col clacson che ha smesso di funzionare proprio qui dove serve come i freni, e salutiamo tutti dai finestrini. Ho un tuffo al cuore, metto la mano nella tasca vuota: il mio portafogli non c'e'. davanti agli occhi ho una visione, il portafogli sotto il cuscino nell'albergo di Ben Guerdane, in Tunisia. Inchiodo, prendo a pugni il volante della 500, comunico la tragedia a Zivile. I soldi, tutti i soldi che avevo con me, lasciati in albergo oltre il confine. Persi. Il visto libico consente un solo ingresso, e ci sono voluti quindici giorni per averlo, e' fuori discussione passare di nuovo la frontiera, quand'anche ci fosse una sola speranza che il portafogli sia ancora sotto al cuscino e che nessuno abbia messo mani nella camera. Ripercorriamo i venti chilometri a ritroso verso il confine con un groppo in gola, vediamo già la 500 sul primo traghetto per l'Italia e il viaggio finire appena iniziato. Ci precipitiamo al gabbiotto della polizia turistica, spiego tutto, dico che devo assolutamente tornare a Ben Guardane. Il poliziotto, lisciandosi i baffi, mi dice calmo di accomodarmi, ma io non sono per niente calmo. Mi spiega che non c'e' alcuna possibilità di rientrare in Libia se esco, poi mi chiede il nome dell'albergo in cui ho lasciato i soldi. Glielo dico a testa bassa, senza neppure guardarlo negli occhi. Sento che fa una telefonata, ripete diverse volte il nome dell'albergo, lo guardo; lui abbassa e mi dice di aspettare. Che sta succedendo? Passano lunghissimi minuti, non possiamo comunicare più di tanto per via del suo scarso inglese. Poi squilla il telefono, parla a lungo, mi chiede quanti soldi c'erano nel portafogli, glielo dico e lui strabuzza gli occhi: qui e' una somma immensa. Riattacca ancora e restiamo ad aspettare, cosa non so. Io sto per andare via, ma lui mi fa segno di restare ancora seduto. Squilla nuovamente il telefono, lui risponde e mi passa la cornetta. Una voce in francese dall'altra parte mi dice che ha in mano il mio portafogli: è il gestore dell'albergo. Mi spiega che c'è lì una persona mandata dal poliziotto e mi chiede se lo autorizzo a consegnargli il tutto. L'euforia mi annebbia la testa mentre ripeto: "oui, oui!". Ci vuole un'oretta circa finché il mio angelo custode arrivi al confine in taxi e mi consegni tutti i soldi, in cambio accetta solo il costo del taxi. Provo a mostrare la mia gratitudine anche al poliziotto, ma rifiuta garbatamente e, con la stessa flemma, dice: "Io ho aiutato te, e Dio aiuterà me". Inshalla. Fino a sera, sulla strada per Tripoli, nell'abitacolo del Cinquino c'è una gioia nuova, e forse non soltanto per aver ritrovato i soldi e per poter continuare il viaggio, ma anche per aver scoperto che al mondo c'è ancora gente come questa!

Un barbiere a Gabès

L'incontro tra il Cinquino e il dromedario

Un cortile nella medina

La grande piazza verde a Tripoli

La medina

L'arco romano al margine della medina

Souvenir

La Tripoli

La Tripoli

La Tripoli

La Tripoli

Il vicoli degli orefici

Il vicoli dei ramaioli

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