Aqaba – Petra – Karak

21/05/2007

Km 7.760 circa dalla partenza

In Asia

Già nel momento in cui attraversavamo il tunnel che corre sotto il canale di Suez, avevamo di fatto lasciato il continente africano e facevamo ingresso in Asia. Imbarcarci ora per attraversare il Golfo di Aqaba, lasciare l’Egitto ed entrare nel regno hashemita di Giordania ci pare solo una conferma del transito intercontinentale, perché lo vediamo, perché c’è il mare di mezzo, perché dobbiamo prendere un traghetto e passare due controlli di frontiera. Ma solo per questo, forse. Perché l’Africa dalla quale veniamo non è quella della savana, dei leoni e degli elefanti; è il Maghreb. E l’Asia verso la quale andiamo non è ancora quell’estremo Oriente in cui la colloca l’immaginario collettivo, ma è il Medio Oriente, l’Asia Minore: e non c’è nessun giudizio di valore. Maghreb e Medio Oriente appartengono geograficamente a due continenti diversi, ma sono un tutt’uno nel grande mondo islamico, una grande fetta della nostra terra. Una lingua, una religione, e un’infinita gradazione di sfumature. La morale è che per il viaggiatore frettoloso non c’è alcuna differenza che salti agli occhi, non c’è alcun impatto che sottolinei il salto: è un po’ come percorrere un’autostrada tra Austria e Germania. Questa mattina l’ho fatto: ho smanettato nel vano motore della gloriosa, l’ho fatto e me ne sono pentito. Ho provato rabbia e disperazione quando, con lo spinterogeno montato da me, non è ripartita; ho imprecato, ho mandato all’aria gli attrezzi, l’ho presa a calci. Zivile e i proprietari del villaggio hanno assistito allibiti alla scena. Poi, proprio come in un b-movie americano, all’ultimo disperato tentativo è partita, ha scoppiettato per un po’, poi ha rombato rabbiosamente. Brum, brum! Il motore del Cinquino era di nuovo dei nostri!

Quant’è dura la salita

Mentre parcheggiamo in attesa di risolvere alcune complicatissime pratiche di frontiera e di restituire le targhe provvisorie, un autotreno ci passa accanto strombazzando. Ne salta giù un omone: è Hassan, che ci aveva trainato fino a Suez. È felice come una pasqua perché sta per tornare a casa da sua moglie e dai suoi figli. Ci stringe in un caloroso abbraccio, ci lascia il suo cellulare (“di qualunque cosa avete bisogno in Giordania, chiamatemi in ogni momento”, dice), e ci rassicura dicendoci che il suo paese non è l’Egitto, qualunque cosa questo volesse dire. Dopo tre ore e mezza di navigazione siamo già lì, ma ci vogliono altrettante ore per ottenere tutti i timbri necessari a lasciare la frontiera. Alla fine, sono già le nove e mezza quando riusciamo a trovare un albergo che faccia al caso nostro. La Giordania ci fa subito un’impressione di grande sviluppo. Non ci dobbiamo dimenticare che proveniamo dalla Libia e dall’Egitto dove, soprattutto in quest’ultimo, ci ha stupito l’arretratezza delle strutture. Aqaba è una Free Economic Zone; i negozi del centro sono traboccanti di articoli di elettronica di consumo e beni di lusso, a sera le strade sono affollate di giovani che passeggiano, comprano frutta secca sui banchi, mangiano shawerma e devono coca-cola. Le jallabeyahanno lasciato il posto agli abiti occidentali, le kefiah ai cappellini da baseball. E le stradine tortuose e corrugate a un’ampia autostrada a due corsie. Da Aqaba raggiungiamo lo splendido sito di Wadi Rum e, da lì, ci dirigiamo a Wadi Musa, il villaggio vicino Petra. Dobbiamo lasciare l’autostrada per Amman e prendere la King’s Highway, la strada che la tradizione vuole abbia percorso Mosè durante la sua fuga dall’Egitto, ci inerpichiamo per ripide salite, siamo invitati per un tè alla residenza del principe Hassan… d’accordo era solo il gabbiotto di guardia, l’invito proveniva dal marmittone e il tè era bollito su un fornello da campo e consumato su una branda, ma la vista sul wadi era comunque sorprendente e l’accoglienza calorosa. Abbiamo dedicato tutta la giornata seguente alla visita dell’incredibile sito di Petra, in compagnia di una coppia di ragazzi svizzeri conosciuti a Nuweiba, di ritorno da un anno in giro per l’Africa in Land Rover. E abbiamo deciso di trascorrere la notte nel paesino di Dana, un mucchietto di pietra abitato da otto famiglie, popolare tra gli manti delle passeggiate all’aria aperta. A Dana ci si arriva lasciando la King’s Highway e seguendo per cinque o sei chilometri una serie di tornanti in ripidissima discesa che finiscono proprio nel paesino. È l’unica via d’accesso e di uscita. Il mattino dopo – lo temevamo entrambi segretamente – il Cinquino non ce la fa già al primo ripido strappo. Dobbiamo alleggerirlo di tutti i bagagli e della cassa dei pezzi di ricambio, che vanno con Zivile su un furgoncino, e prendere una lunga rincorsa in prima per riuscire a cavarla dal fondo di quella valle

Vacanza romane

Il proprietario dell’ostello a Dana, viste le difficoltà della 500 in salita, ci ha consigliato caldamente di lasciare la King’s Highway che da lì verso nord si inerpicava su pendii ripidissimi, e scendere da At Tafilah nella depressione del Mar Morto, e da lì proseguire fino ad Amman. Abbiamo seguito il suo consiglio, lanciandoci in una discesa dalle montagne fino a quasi quattrocento metri sotto il livello del mare. Lì sotto, in quella conca desertica, la temperatura ha fatto un salto di almeno una quindicina di gradi. Un caldo soffocante e appiccicoso scioglieva l’orizzonte in un’acquosa visione, e faceva sembrare il fresco di una decina di minuti prima un ricordo sfocato. Ma al bivio per Karak, a uno dei numerosi posti di blocco per il vicino confine israeliano, ci dicono che dobbiamo girare, che la strada è chiusa e riaprirà solo domani: c’è il World Economic Forum, ragioni di sicurezza per i capi di stato di mezzo mondo. C’è solo un problema, che il motore già bolle e la salita per Karak farebbe paura a un bulldozer. Ingraniamo la prima, e stentando risaliamo l’impressionante dislivello di 1.400 metri in poco più di venti chilometri. Quando passiamo il livello del mare, segnato con un cartello, siamo già arrampicati sulle aride montagne da un pezzo. Col motore fumante parcheggiamo vicino al castello di Karak e andiamo alla ricerca di un po’ d’acqua gelata per rifornire il thermos di bordo. Quando torniamo alla macchina, un uomo in abito e cravatta siede al tavolino del bar lì di fronte. “Siete voi i coraggiosi in viaggio con la mitica 500?”. Dice proprio così, “mitica”, in italiano. “Mi presento, sono il dottor Taisir, di Karak”. Da lì a trovarci ospiti a casa di Taisir ce ne passa davvero poco. “La 500 è stata la mia prima macchina. Mi ricordo quando scorazzavo per Roma e ci portavo in giro le mie fidanzate”. Lui è quasi più italiano che giordano, ormai. Laureato e specializzato in Italia, ne conserva un ricordo passionale e romantico, che mi riempie il cuore di sano orgoglio. “Me ne sono andato vent’anni fa, e non sono più voluto tornare. Non voglio tornare su quei luoghi come un turista, non mi voglio sentire di passaggio…”. Il suo sguardo si fa languido, mentre osserva suo figlio che indossa la maglia azzurra di Vieri. “Poi, adesso ho famiglia” aggiunge “e, inoltre, sapete come sono visti ora gli stranieri… Ma il mio sogno e tornarci, tornare per viverci”. La moglie porta in tavola una coppa di spaghetti, la tivvù trasmette Rai due, la biblioteca è zeppa di trattati di medicina in italiano, e a me e Zivile coglie una profonda malinconia. No, non è che ci manca l’Italia, non ancora; è una malinconia di contagio, è la malinconia di Taisir, coi suoi modi posati e il suo sorriso franco. E d’improvviso capiamo che non è dell’Italia che Taisir ha nostalgia, ma della sua gioventù passata a correre in 500 tra le strade di Roma.

Nel Golfo di Aqaba

Wadi Rum

Wadi Rum

Petra

Petra

Petra

Petra

A casa di Taisir

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