Ras lanuf - Bengasi - Alessandria

12/05/2007

Km 6.160 circa dalla partenza

La capitale italiana della Cirenaica

Bengasi è una città italiana. Il suo lungomare, il centro coi suoi colonnati e le sue piazzette concatenate, quadrate, lisce, dicono che è una città italiana. Lo è almeno fino alla porta del lungo e brutto suq, e lo è forse nella misura in cui si è disposti a credere che trent’anni di colonizzazione possano lasciare tracce in superficie, anche a distanza di così tanto tempo. Ci sono così familiari gli schiamazzi dei ragazzini nei cortili dei quartieri popolari, così come i bambini che giocano a pallone nella piazza del municipio, e persino il ritmo della città ci viene incontro quasi abitudinario: qui tutto chiude per la lunga pausa del pranzo e le vie si svuotano sotto il sole a picco, per poi ripopolarsi di vita nel pomeriggio avanzato, fino a sera. Ma Bengasi è una città in stato di abbandono, voluto, a quanto ci dicono, direttamente da Tripoli. I palazzi simbolo del passato potere italiano sono lasciati marcire sotto il peso di un’incuria che qui sembra più distruttiva che altrove: la cattedrale è sprangata, il vecchio municipio ammuffisce sotto gli occhi dei vecchi seduti in piazza, la sede della Banca d’Italia sta con le sue finestre sfondate come dei denti cariati nel bianco colonnato di Sharia Omar al-Mukhtar. Tutto emana una desolazione che stride con la vita vera che scorre in quelle strade, con le botteghe brulicanti, con le caffetterie fumose di narghilé, con gli scugnizzi, anche qui vispi e resistenti come la gramigna.

“Dove andiamo noi c’è sempre il sole”

Così avevo detto a un amico che prima della partenza mi aveva fatto notare la pioggia che penetrava dal tettuccio di tela del gagliardo. Pare che le piogge di questi giorni, qui, le ricorderanno per generazioni. Da Bengasi ce la siamo presa comoda al mattino, ché la strada per Tobruk non era poi così lunga. Ma tutto ci potevamo aspettare, fuorché fosse allagata. Non siamo riusciti a evitare il buio, a abbiamo dovuto guidare il Cinquino attraverso veri e propri guadi che inghiottivano completamente le ruote per diverse centinaia di metri. E a ripetizione. Molte auto si fermavano, e la cosa certo non ci rincuorava. Quando siamo arrivati, abbiamo trovato una Tobruk paralizzata dall’acqua, che alcune idrovore cercavano di scaricare nei canali. Ci siamo fermati alla prima bettola che abbiamo trovato. La 500 è allagata dall’acqua, come in Siberia; domattina dovremo travasarla.

Verso Alessandria d’Egitto

Al-Iskendariyya, è così che si chiama la città fondata da Alessandro Magno. Ci siamo arrivati attraversando una delle frontiere più ostiche che io abbia mai provato e dei paesaggi che riempiono il cuore di sentimenti contrapposti, ma andiamo con ordine. La pioggia straordinaria che imperversava su Tobruk da due giorni era cessata durante la notte, lasciando placide pozze fangose qua e là, compreso l’abitacolo del Cinquino. Avevamo preventivato di fare sosta a Marsa, in Egitto, nel pomeriggio, per godere un po’ della bellezza di questa località balneare molto in voga tra gli egiziani, ma non avremmo mai pensato di trascorrere sei ore al confine di Sallum. E si è trattato non, come mi è capitato a volte, di ore passate ad aspettare e studiare il nemico per ottenere un agognato timbro senza sborsare nessun extra; sono state sei ore di andirivieni in un ginepraio di uffici, fogli, fotocopie, carte, ricevute, moduli, tasse e sopratasse, targhe, carnet de passage, controlli, assicurazione, timbri e strette di mano e ampi gesti per sopperire a un’assoluta incomunicabilità. È stato così che a Marsa siamo arrivati un’altra volta col buio e ci siamo dovuti accontentare della vista mattutina dalla finestra dell’albergo. Ma è stata poi la strada da Marsa (che si chiama anche Matruh) a regalarci per centinaia di chilometri uno spettacolo affascinante disegnato da un sottile nastro d’asfalto sbiadito che separa un mare ceruleo e spiagge algide da un lato e piatto deserto a perdita d’occhio dall’altro. Da un lato il mare, l’acqua, la vita, dall’altro privazione, sterilità, sabbia bruciata dal sole fino al cuore del Sahara. Naturalmente tanta magnificenza non poteva rimanere indifferente all’industria turistica, che sta costruendo qui uno dei più grandi complessi marini del Paese. Per almeno una ventina di chilometri costeggiamo Porto Marina (che sulle carte non c’è, perché nella realtà ancor non c’è), l’immenso resort del mare mordi e fuggi, e solo per chi se lo può permettere. Nei diversi mall che si vedono dalla strada – tutti ancora chiusi – campeggiano i marchi occidentali più conosciuti, dai fast food agli outlet: ecco ancora i non luoghi che tolgono spazio al mondo reale. Per qualche istante voltiamo la testa alla nostra destra e preferiamo il deserto.

Bengasi

Sharia Omar al-Mukhtar

Bengasi centro

Il vecchio municipio italiano

Gli scugnizzi di Bengasi

Scugnizzi 2

Il suq

Che facciamo, proseguiamo

Il suq di Alessandria

Il suq di Alessandria 2

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