Mare di Sabbia di Ubari – Ras Lanuf

08/05/2007

Km 4.700 circa dalla partenza

Casa, dolce casa

La notte all'Afrika camping di Ubari trascorre insonne, scandita da diverse docce fredde, con tutti i vestiti addosso: è l’unico modo per darsi un po’ di refrigerio nel bungalow arroventato dalle lunghe ore di sole. La sveglia è in ogni caso un massacro, alle sei del mattino. Ce ne eravamo già accorti da soli, ma sono state anche le premurose raccomandazioni di Sharif a consigliarci di non prendere sottogamba il deserto, partire prima dell’alba per sfruttare le ore più fresche, fermare la 500 dall’una circa alle tre o quattro, e solo allora riprendere il cammino. In più abbiamo scaricato la pressione dei pneumatici, dopo che ne abbiamo dovuti togliere due completamente sbucciati dall’asfalto rovente dei giorni scorsi. Insomma, anche con le strade asfaltate il deserto non è uno scherzo. Guidiamo tutto il giorno per raggiungere Hon, lungo una strada talmente dissestata da costringerci a una velocità di 20/30 all’ora, ma l’arrivo nell’anonima cittadina ci ricompensa con l’incredibile calore al quale ci stiamo abituando il Libia. Non facciamo quasi in tempo a lasciare gli zaini in ostello, che ci troviamo a casa di Enver, davanti a una tavola imbandita in quattro e qauttr’otto. Enver non è libico. “I’m Kosovar”, ci dice quando lo incontriamo. La moglie dalla chioma ossigenata annuisce mentre ci serve lo spezzatino con le patate. Ci raccontano che vivono a Hon da ormai ventuno anni. “Siamo venuti qui per un paio d’anni, quando hanno costruito l’ospedale. Serviva personale qualificato – io sono medico e mia moglie è infermiera – e allora Gheddafi aveva ottimi rapporti con la Jugoslavia. Negli anni sono tornati tutti, tranne noi kosovari – due famiglie – siamo rimasti ad aspettare di anno in anno che la situazione migliorasse, così…” Volge lo sguardo verso la tv che trasmette immagini direttamente da Pristina via satellite. Gli chiediamo se pensa che è arrivato il momento di tornare. “L’anno prossimo, inshalla. Ormai ci siamo, la nostra casa l’hanno ricostruita, la situazione si va normalizzando…”. Guardo le sue tre figlie sedute sui braccioli del divano e chiedo loro che ne pensano, vogliono tornare? “Siamo tutte nate qui” risponde la maggiore “abbiamo molti amici qui, e questa è casa nostra, però… noi siamo kosovare, non arabe”. Domando a Enver se il fatto di essere mussulmani ha reso la vita più semplice in un paese conservatore come la Libia, nel corso dei vent’anni trascorsi. “Sì, siamo mussulmani, ma noi siamo mussulmani europei. Siamo completamente diversi dagli arabi. C’è tanta brava gente, e io vado d’accordo con tutti, ma fuori dal lavoro… ci sono troppe diversità. Io non faccio chiudere mia moglie e le mie figlie dietro un velo, non vedi?” E’ vero. Le ragazze possono sorridere liberamente, ed è un piacere. Enver dice di essere immensamente felice di ospitarci, ci ripete più volte che dobbiamo sapere che a Hon c’è una casa che è casa nostra in qualunque momento. Lo ringraziamo di cuore, lui sospira: “Non passano molti europei da queste parti… se penso che quando siamo venuto qui io e mia moglie eravamo una giovane coppia, e adesso… ho 45 anni e quattro figli. Metà della mia vita in mezzo al deserto!” Quando lasciamo Enver e la sua famiglia dobbiamo onorare un altro invito che avevamo lasciato in sospeso. Edres, un pacato uomo sulla cinquantina, ci aveva detto di passare assolutamente da casa sua dopo cena: “Le mie figlie danno una festa per la fine della scuola”. Non potevamo mancare! Sull’uscio di casa ci togliamo le scarpe mentre Edres, cerimonioso, ci fa cenno di entrare. Non c’è traccia di figlie; comunque io entro stando dietro a Zivile, ma Edres mi tira per un braccio: “Eh no. Noi uomini di qua, le donne di là”. L’uscio della porta di fronte all’ingresso si socchiude appena e risucchia Zivile, mentre noi due andiamo nel salotto di destra. Capisco subito che la casa è strutturata secondo la tradizione mussulmana, con due sale separate per gli uomini e le donne, arredate con dei cuscini lungo tutto il perimetro, tappeti a terra e brani del corano alle pareti. Edres è di un calore paterna mentre mi parla e mi descrive le tradizioni del suo paese. Bussano alla porta, lui si alza, poi torna con un vassoio di dolci e succo di mirtillo. “La donna non può assolutamente entrare qui, e neanch’io lì mentre c’è tua moglie. Lei bussa per avvisarmi che è pronto, io vado sulla soglia e prendo il vassoio. Ecco qua. E’ una questione di rispetto”. Continua decantandomi le lodi della legge coranica e, poi, orgoglioso mi parla di suo figlio maschio: “E’ intelligentissimo, sai? Sa tutto il corano a memoria. E’ imam, lui!” Nell’ora e mezza che ho trascorso lì dentro con Edres non ho visto traccia della festa che si svolgeva oltre due porte chiuse e ho dovuto resistere con fermezza e cortesia a un tentativo di conversione rapida all’Islam. Quando finalmente ho potuto rivedere Zivile – piena di piccoli regali di benvenuto – eravamo già sulla soglia, per i saluti. Edres mi ha abbracciato forte invitandoci a onorare la sua ospitalità per almeno un paio di giorni: “Ricordate” ha detto “Questa casa è la vostra casa in qualunque momento vogliate tornare”. Grazie. Ora sappiamo di avere due case a Hon.

La città del petrolio

La vista del mare dopo diversi giorni di deserto ci dà un sollievo ancestrale. Non ci cambia quasi niente nell’abitacolo del Cinquino, ma sapere che lì c’è il mare, beh, è tutta un’altra cosa. Ancora una volta tappa forzata di lunga distanza, ma non riusciamo a raggiungere la meta prefissata prima del buio, così non abbiamo altra scelta che fermarci in uno strano posto, chiamato Ras Lanuf. Ras Lanuf è una città chiusa, nel senso che non è una vera città, ma è fatta come una città, con tutte le persone che ci vivono dentro. E’ una città privata, della RASCO, una company della potentissima National Oil Corporation of Libya, dove vivono tutti i dipendenti della raffineria, con le loro famiglie, un totale di quindicimila persone. Ras Lanuf è fuori dalle rotte turistiche (non c’è alcun motivo per venir qui), vi si accede attraverso un check point e, a differenza di tutte le città “vere” viste finora in Libia, è pulitissima e ordinatissima. Ma ha un grosso problema: è finta. Fu costruita dai turchi negli anni 80 su progetto tedesco, e si vede, e sembra più un quartiere residenziale della periferia di Hannover che una cittadina libica. Se siamo qui dentro lo dobbiamo al nostro ospite, Sala. “Il mio nome vuol dire ‘preghiera’” ci dice facendoci accomodare nella sua villetta. La moglie è appena tornata dal lavoro alla scuola – è insegnante – e può entrare nella stanza in cui siamo noi uomini, mentre Zivile è preda delle curiosissime figlie nella sala delle donne. Sala è uno che ha visto il mondo, ha lavorato diversi anni in Europa e le sue vedute sono larghe. Troppo larghe per una dittatura come quella di Ghddafi, e ce lo fa subito capire. “Però” aggiunge “qui a Ras Lanuf si sta davvero bene. C’è tutto quello di cui abbiamo bisogno, le scuole, il mercato, le moschee. Un bus ci porta ogni mattina alla raffineria, e gli stipendi sono molto buoni”. C’è da credergli, per lo standard libico, questa è una piccola Svizzera. Prima di cena andiamo a fare un giro nel “centro”, al piccolo suq, Sala ci mostra la moschea, la spiaggia privata e la villa in cui alloggia il colonnello quando viene in visita qui. La cittadina si visita in quattro minuti e mi mette un po’ di tristezza, priva com’è di una sua essenza, di un genius loci. Ecco il non-luogo! Ma come biasimare Sala, orgoglioso della sua oasi di benessere? La pizza surgelata per cena completa questo quadro artificiale che solo la sincera ospitalità di Sala riesce a rendere umano. Al mattino partenza per Bengasi, e sarà tutta un’altra storia.

Attendamento nel deserto

Sulla strada per Hon

Un eloquente divieto a una stazione di servizio

Sharif (in jallabeya bianca) coi tuareg e la 500

Sulla strada

A casa di Enver

Le figlie di Sala a Ras Lanuf

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