Tripoli – Gadames – Mare di Sabbia di Ubari

05/05/2007

Km 3.720 circa dalla partenza

Il colonnello coi Ray Ban

A Tripoli ci accoglie Fakhri. Fakhri è il fratello di Jamal, Jamal è il nostro uomo a Tripoli che ci aiuta a divincolarci dalle ferree norme libiche sulla circolazione degli stranieri. Ma Jamal è all’estero per lavoro, così è appunto suo fratello a ospitarci nella bellissima dépendance dell’agenzia. Lusso a go-go per noi abituati a bettole e stamberghe di quart’ordine. E’ arrivato il momento di fare il primo bucato del viaggio, e non ci pensiamo due volte a stendere il filo dei panni nella stanza prima di uscire a spasso per la capitale. Va subito detto che Tripoli ha due facce, due volti che all’apparenza convivono insieme ma che, a quanto ci è parso di vedere, sono in latente contrasto fra loro: la città coloniale di impronta mussoliniana e magniloquente (oltre che straordinariamente familiare per noi), fatta di portici di travertino e linee pulite, e quella magrebina, della medina rumorosa e caotica, dei suq e dei minareti. In mezzo, come una cesura, la grande piazza Verde con le sue strade a quattro corsie per le parate e il palco presidenziale. Il colonnello quel giorno non c’è, ma ci osserva comunque da ogni angolo di strada, da quei cartelloni che lo ritraggono sorridente, talvolta in divisa, talvolta in jallabeya – la tradizionale tunica bianca – ma sempre, immancabilmente coi Ray Ban ben saldi sul naso. Nel quartiere “italiano”, i bar in tipico stile nostrano vendono espresso e narghilè, i negozi gestiti da uomini sono affollati di avventori uomini, dal campanile-minareto della vecchia cattedrale i megafoni diffondono il richiamo del muezzin, mentre i piccioni cacano indisturbati sugli ultimi fasci superstiti dai cornicioni di un cortile neoclassico. La sensazione generale è di abbandono e decadenza, in contrasto con la fresca ariosità della piazza Verde e la vibrante vivacità della medina. Pare che sia espressa volontà del colonnello lasicar marcire quello che resta del passato italiano; ci dicono che a Bengasi ne avremo una conferma. A ritorno a sera, la stanza era stata rassettata e tutti i nostri vestiti stirati e piegati.

Boys and girls

Ahmet è radioso mentre mi racconta della sua fidanzata. Dice che è abbastanza più giovane di lui e che è stata una difficile conquista, ma ne è valsa la pena. Lui ha 27 anni e lei 21 – mi racconta – e quando l’ha vista per la prima volta due anni fa ne è rimasto subito colpito. Ma non è che puoi abbordare una ragazza così per strada, allora lui l’ha seguita per un po’, finché lei non è entrata in un negozio (un posto più consono a scambiare due parole) le si è avvicinato e le ha dato il suo numero di telefono, dicendole che avrebbe tanto voluto che lei un giorno lo chiamasse. “Mi ha chiamato dopo quattro mesi, perché c’era finalmente un’occasione per incontrarci”. Lei doveva accompagnare la sorella all’ospedale, così Ahmet poteva “casualmente” farsi trovare lì, tra tutta la gente in attesa, e scambiare due parole. Si sono piaciuti e hanno cominciato a frequentarsi. “In due anni ci siamo visti quattro volte, sempre con sua sorella o suo fratello”. Ma un giorno lei ha una brutta notizia: suo padre – che ignora assolutamente la sua frequentazione con Ahmet – le ha trovato un fidanzato. Il racconto mi appassiona, e gli chiedo cosa è successo allora. “Non siamo mica nel medioevo! Io sono andato a trovare suo padre, mi sono presentato e gli ho chiesto se voleva incontrare mio padre. Lui all’inizio era un po’ sorpreso, perché non aveva mai sentito parlare di me, ma io gli ho detto un po’ della mia famiglia e allora ha acconsentito all’incontro”. Due padri si sono incontrati e hanno parlato a lungo, e il padre di Ahmet è stato così bravo a convincere il padre di lei della serietà delle intenzioni di suo figlio. “E così ora siamo fidanzati” mi dice mostrando un anello al dito “c’è stata una bella festa in cui io ero il solo uomo, ci pensi?, il solo uomo, e tra due anni ci sposeremo. Ora non dobbiamo più vederci di nascosto, possiamo persino stare insieme in casa… s’intende, a parlare e sempre con la porta aperta e qualcuno che passa e controlla” “Forte” gli faccio io “sai che potremmo fare? Perché non la chiami per domani sera e usciamo tutti e quattro, voi due, io e Zivile?” “Domani?! Nooo, ma mica è possibile così! Dobbiamo organizzare in anticipo, bisogna avere il permesso di suo padre, e lei si deve anche preparare. Possiamo fare per la settimana prossima”

La strada per il deserto

Partiamo di mattina presto per affrontare una lunga tappa fino a Gadames e per evitare il traffico convulso di Tripoli, riempiamo tutte le taniche perché i benzinai scarseggiano e a volte sono anche a secco. Osserviamo dal finestrino il paesaggio farsi brullo e sabbioso e l'aria calda e secca. Impieghiamo tutto il giorno per percorrere i 670 chilometri fino all'oasi del deserto, costeggiando spesso la vecchia carrozzabile italiana, su cui sopravvive ancora qualche cippo miliare. Ma ne vale la pena. Gadames è un posto di una bellezza travolgente. Non ci è difficile immaginare la piccola comunità italiana che l'abitava, scimmiottando un po' gli inglesi in sahariana mentre giocavano a fare i colonizzatori, costruendo scuole e strade, e ammazzando e deportando in campi di concentramento gran parte della popolazione. Il nome di Graziani è ancora sulla bocca di Abdu, il nonnetto che ci fa da guida nei vicoli freschi e bui della città vecchia ormai disabitata. Ma Abdu è fin troppo tenero coi vecchi occupanti e ci tiene a dire che non erano poi così male; è pur vero, però, che le peggiori atrocità dell'occupazione furono commesse lontano da qui. Abdu, il nonnetto, ha 76 anni, parla italiano, è nero come un carboncino bruciato, con le gambe incurvate e due occhi azzurri come acquamarine. "Sono berbero, io. Mica arabo. Noi eravamo qui prima che gli arabi arrivassero, molti secoli fa. Discendiamo dagli antichi greci, eravamo tutti biondi e con gli occhi chiari". Gli chiedo di raccontarci un po' di lui, e lui fiero: "Ho avuto due mogli, quella attuale ha vent'anni meno di me, ho diciassette figli e non so quanti nipoti". Alla faccia del nonnetto!

Il Grande Mare di Sabbia

Impieghiamo tre giorni a percorrere la strada fino a Ubari, ultimo avamposto prima del Mare di Sabbia. Abbiamo dormito una notte in tenda nel deserto, colti dal buio lungo la strada, e una seconda notte nel campeggio di Sharif a Sebah. Che poi quello del campeggio è solo il secondo lavoro di Sharif; il primo ce lo dice candidamente: pilota di aerei di linea. Lo guardo colmo di pregiudizi, in jallabeya bianca e ciabatte mentre ci offre un caffè. Lui aggiunge che è molto dispiaciuto di non potersi trattenere oltre con noi perché dopo un'ora un volo lo porterà fino a Tripoli, dove poi prenderà i comandi di un A320 diretto al Cairo. "Vengo spesso a Roma, sapete? Ma mi trattengo solo poche ore, poi torno qui nella mia riserva nel deserto". Stento a immaginarmelo ai comandi di un Airbus, osservandolo mentre ci mostra i suoi cammelli e, anzi, ha un che di surreale parlare di jet, piloti e diavolerie simili in questo posto ai margini del Sahara, ma lui aggiunge: "Ho diciottomila ore di volo sulle spalle. Se ci pensate, ho trascorso più di due anni della mia vita sopra le nuvole". Alla fine ci siamo arrivati a Ubari, e il colpo d'occhio e da far girare la testa: il campeggio in cui dormiamo è proprio ai piedi di un'altissima duna, oltre la quale si estende un immenso erg dorato. Il deserto di dune, quello dell'immaginario collettivo, che affascina e fa paura, proprio come il mare per chi non lo ha mai visto. Piantiamo la 500 che si insabbia sui primi granelli (ci soccorre un simpatico italiano in gippone) e prendiamo una Land Cruiser con autista esperto per portarci al di là di quella duna. Ci dobbiamo addentrare per una trentina di chilometri, in un susseguirsi continuo di dune senza alcun apparente punto di riferimento, per raggiungere la grande attrattiva che ci ha portato fino qui: i laghi salati. Ce ne sono quattro, di diverse dimensioni, dall'aspetto della classica oasi da cartolina, nel mezzo della sabbia e circondati di palme. Ma sono salati. Molto salati, quasi quanto il Mar Morto. Il caldo è infernale, ci buttiamo nell'acqua, nuotare è impossibile tanta la spinta di galleggiamento, ne usciamo rinfrescati ma coperti da una pesante crosta bianca di sale seccata al sole.

La vecchia carrozzabile italiana per Gadames

Verso il Grande Maredi Sabbia

I laghi Ubari

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